venerdì 29 febbraio 2008

VISITA A MAUTHAUSEN

Martina aveva dieci anni quando andammo a visitare Mauthausen. E’ un bel villaggio sulla riva sinistra del Danubio, non molto distante da Vienna. Il campo di sterminio fu costruito appena fuori del borgo, su una collina che domina dall’alto la vallata. Verrebbe da dire che sia un luogo ameno, se non fosse un pezzo di inferno. Arrivammo di buon mattino in una bella giornata di primavera. Non c’erano altri visitatori. Ricordo un profondo silenzio amplificato dal fruscio del vento. A Mauthausen tutto è restato com’era. Un bambino che non avesse la nozione del tempo e della storia, potrebbe pensare che tutto quel che vi accadde si sia concluso il giorno prima. Giustamente non è stato trasformato in museo. Quando si entra in un museo, si è preparati a visitare qualcosa di trascorso, di concluso. Mauthausen è invece ancora un luogo vivo (il che può apparire paradossale per una fabbrica di morte), e camminando nelle baracche ormai vuote, non si può fare a meno di sentire la presenza delle moltitudini che vi sono transitate. 
Se i fantasmi esistono, Mauthausen ne è pieno.
Per chi non conosce il tedesco, visitare il campo senza una guida non consente sempre di capire dove ti trovi, ma soprattutto, non ti permette di prevedere dove stai per entrare. Ci aggiravano quindi con circospezione – direi anzi con paura - nel timore che prima o poi, senza rendercene conto, saremmo entrati  nel girone finale, quello dove le persone venivano uccise. I sapienti architetti dell’orrore lo costruirono in basse baracche in muratura. Entrando oggi in quei locali ormai silenziosi, si ha chiara la percezione di trovarsi nei luoghi dove si consumava la fase finale del martirio, ma è difficile identificare subito la sequenza della procedura di sterminio così razionalmente organizzata. Eravamo smarriti e spaventati. Esitavo a proseguire l’esplorazione, e soprattutto ad allontanarmi dall’entrata. Mentre mi guardavo intorno incapace di fare commenti, mi sentii chiamare da mia figlia che si era spinta più avanti: “Vieni da questa parte, senti che buon profumo”. Mi avvicinai, ma non avvertivo che un leggero e sgradevole odore di muri muffiti. Comunque la seguii, e lei, guidata da quella sensazione, mi condusse con sicurezza, attraverso piccole stanze e stretti corridoi, nella camera a gas. Difficile non rimanere interdetti, tanto che non mi sentii lì per lì di rivelarle dove mi aveva portato. Anzi, ancora non ho avuto il coraggio di raccontarle questa storia. Per questo l’ho scritta. Prima o poi le capiterà di leggerla.
Se i fantasmi esistono, a Mauthausen sentono ancora il bisogno di raccontare...

 "Dio dovrà chiedermi scusa per tutto ciò"(Scritta sul muro di una cella)

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