Gli eventi succedutisi all’8 settembre del ’43 furono definiti dalla storiografia ufficiale “guerra di liberazione dal nazi-fascismo”. Questa definizione, che diventò anche l'interpretazione storica “ufficiale”, nobilitava quella guerra e i suoi protagonisti, in primis il PCI che l’aveva guidata. I comunisti, infatti, per eludere il fatto che dalla guerra di liberazione intendevano acquisire guadagni "politici", le diedero un connotato “patriottico”, respingendo invece la definizione di “guerra civile”. A sostegno della tesi del PCI, non va peraltro dimenticato che i partigiani combatterono principalmente contro i tedeschi e attaccarono i fascisti italiani in quanto questi fiancheggiavano gli occupanti tedeschi. Quindi, alo di là dell'uso politico che ne fu fatto, non credo si possa negare il carattere nazionale e “patriottico” della guerra di liberazione.
Essa fu largamente ininfluente rispetto alle operazioni militari a causa della disparità delle forze, ma il PCI ne ingigantì il ruolo: be’ questo è comprensibile, sia perché il PCI voleva acquisire più potere nel dopoguerra, ma anche per legittimo rispetto ai tanti partigiani caduti.
La destra cercò di accreditare invece il significato di “guerra civile”, per oscurare il ruolo di fiancheggiatori che avevano avuto rispetto all’occupante tedesco e tagliare corto sul problema del “chi aveva tradito chi”.
A sostegno dell'attributo "patriottico", aggiungo che se fosse passata la tesi di destra che voleva definire la guerra partigiana una "guerra civile", non ci sarebbe stato motivo perché essa fosse dichiarata finita con il 25 aprile e la resa dei nazisti. In realtà, poiché era in parte proprio una guerra civile, in una certa misura essa continuò nel dopoguerra, fino agli anni di piombo e all'assassinio di Moro che mise la parola fine a questa guerra civile "non dichiarata".
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